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Il cinema nel ventennio

Censura ed esaltazione a confronto durante il periodo fascista.

Durante il regime fascista la politica si occupò anche della sfera cinematografica.

Finanziando delle opere, le utilizzò in senso strumentale, ma le censurò se ostili al regime.

Già nel ’22 Mussolini dichiarò pubblicamente che il cinema fosse “L’arma più forte dello stato”.

Alcuni dei lungometraggi girati in Italia nel ventennio, infatti, risultavano propagandistici e volti ad idealizzare il regime, mitizzare imprese e personaggi del passato italiano e romano.

In “Vecchia guardia” di Blasetti, girato tra Orte e Viterbo, leggiamo un’esaltazione dello squadrismo, della violenza. I nemici sono trattati come inferiori, l’epopea fascista della marcia su Roma è rappresentata in modo trionfale.

Si tratta di un lungometraggio apologetico, criticato, però, da una parte della politica fascista perché esaltatore eccessivo della violenza squadrista.

Sottogeneri e Telefoni bianchi

Il regime permetteva la produzione e la proiezione di film che non esaltassero le gesta del fascismo.

Il sottogenere cinematografico dei ”Telefoni Bianchi”, infatti, proliferò nell’Italia del decennio ‘30/’40.

I film di questo sottogenere costruiscono un mondo roseo, monumentale, immagini di una scalata sociale sempre possibile, ma molto distante dalla realtà.

Benché tali lungometraggi siano distinti da quelli propagandistici, si può intravedere in questi una volontà del regime di far distogliere gli occhi dalla realtà.

Nei primi anni 40 si sviluppò una tendenza cinematografica: il calligrafismo

Non aveva un intento sociale, ma si distingueva dagli altri generi per riferimenti culturali nel panorama storico italiano.

Un ruolo propagandistico (e pedagogico) veniva svolto dall’Istituto Luce, fondato nel ’24, la cui principale funzione era quella di girare cinegiornali e proiettarli nei cinema prima dei film.

Le censure francesi, britanniche e statunitensi

I prodotti che osteggiavano o incitavano alla lotta anti-governativa, invece, venivano censurati.

Infatti molti film francesi, britannici e statunitensi furono soggetti a bavagli.

“La grande Illusione” di Jean Renoir (1937) venne censurato perché ritenuto pacifista, antieroico, quietista e pericoloso.

Considerava la razza e la patria come sovrastrutture senza ragione d’essere e la sua penetrazione in Italia avrebbe potuto portare alla crisi del regime.

Renoir fu di certo coraggioso a girare un film apertamente anti-bellico nel 1937, a mostrare l’eguaglianza tra francesi e tedeschi, entrambi impegnati a combattere una guerra (la prima) folle, che non aveva ragione d’esistere.

Fu proprio il realismo poetico francese degli anni ’30 del Novecento ad essere più volte bersagliato dall’inquisizione fascista (Renoir e Carnè su tutti).

Il cinema britannico e quello statunitense non furono esenti da bavagli.

“Il club dei 39” di Hitchcock venne mutato nell’ambientazione (dalla Scozia agli Stati Uniti), falsificando il doppiaggio, perché anti-nazista.

Da ricordare la scandalosa censura de “Il grande dittatore” di Charlie Chaplin che ironizzava sulla figura di Hitler.

Luigi Freddi ed il MinCulPop

Oltre a censurare ed utilizzare il cinema come strumento, il fascismo si impegnò attivamente nel finanziamento dei prodotti cinematografici italiani.

Nel ’34, dopo il ritorno in Italia di Luigi Freddi (dal ’22 giornalista per il regime) da esperienze lavorative negli Stati Uniti (che lo segnarono), si registra un cambio di rotta nel modo di gestire la cinematografia italiana.

Venne, infatti, istituito il sottosegretariato per la stampa e la propaganda.

Lo scopo di Freddi era quello di far intervenire lo Stato nel cinema, ispirandosi, ma nel contempo differenziandosi, dal modello tedesco e da quello sovietico (era infatti ostile a film esageratamente propagandistici) e tenendo in considerazione il modello della fabbrica dei sogni Hollywoodiana.

Nel ’35 il sottosegretariato divenne ministero (dal ’37 MinCulPop), venne istituito il centro sperimentale di cinematografia e L’ENIC (società pubblica di distribuzione).

Freddi riuscì nel suo intento.

 Le società di produzione, distribuzione e formazione vennero nazionalizzate, ma questo sistema entrò in crisi con la legge Alfieri del ’38, figlia di malumori dei privati del cinema.

Con la legge, lo Stato non avrebbe più finanziato a pioggia, ma in funzione degli incassi.

Così, di lì a poco, si ruppero i rapporti con il cinema americano, visto di buon occhio da Freddi, il quale iniziò ad eclissarsi dal mondo cinematografico.

Il cinema durante il ventennio è stato tendenzialmente plasmato dalla politica, anche se espressioni di un non totale allineamento si sono manifestate.

Pensiamo al calligrafismo, che pur non avendo funzioni sociali, palesa un tentativo di apertura nella rigida mentalità fascista ed il venire a patti con i privati per le modalità di finanziamento.

Forse la totalizzazione della sfera cinematografica si è verificata solo in parte.